Ipo in ritirata: chi esce dalla Borsa si affaccia ai mercati privati

Sara Silano
Sara Silano
1.8.2023
Tempo di lettura: 3'
Le Ipo invertono la rotta. Aumentano, infatti, le società che meno di cinque anni dopo il debutto in Borsa si ritirano. In termini di performance, le small cap non sono riuscite a tenere il passo delle blue chip nell’ultimo anno e mezzo

Dall’inizio del 2023 ci sono state 13 operazioni di private equity a livello globale, che hanno riguardato il ritiro dai mercati pubblici di società che si erano quotate meno di cinque anni fa

Nel 2022 le small cap sono state penalizzate più delle large cap in Borsa, per cui le loro quotazioni sono scese molto

In Italia, c’è stato un certo dinamismo nelle Ipo da inizio anno

Il debutto in Borsa non è sempre di successo. Al contrario, in tempi di mercati volatili e aumento della concentrazione dei listini nelle società a larga capitalizzazione, accade sempre più spesso che le Ipo invertano la rotta e tornino tra le braccia del private equity dopo pochi anni dalla loro quotazione.

Secondo i dati di PitchBook, dall’inizio del 2023 ci sono state 13 operazioni di private equity a livello globale, che hanno riguardato il ritiro dai mercati pubblici di società che si erano quotate meno di cinque anni fa. Il valore totale dei deal è calcolato in 24,6 miliardi di dollari (dati a fine giugno 2023). “I numeri suggeriscono un ritorno a un trend che si era visto prima della pandemia - spiega David Stevenson, reporter di PitchBook News - Tra il 2017 e il 2019, erano avvenute 40 operazioni di questo tipo per un ammontare totale di 85,3 miliardi”.

Nei due anni successivi allo scoppio della pandemia di Covid-19, poche aziende hanno fatto marcia indietro, ma nel 2022 il numero è tornato a crescere rapidamente e il 2023 sembra essere già ben avviato nella stessa direzione. 


Ipo che hanno fatto dietrofront (valore e numero)

Società tornate nelle braccia del private equity a meno di 5 anni dal debutto in Borsa


 

2022: test fallito per molte small cap

È recente il caso di SoftwareOne, società di servizi di information technology, che si è quotata sulla Borsa svizzera nell’ottobre 2019 a 18 franchi e al 10 luglio era scambiata a 17,50. A metà giugno, Bain Capital, private equity di Boston, aveva offerto 18,50 franchi per azioni per acquistarla e toglierla dal listino, ma l’offerta è stata rigettata, nonostante la proposta rappresentasse un premio rispetto ai corsi dei prezzi alla data della proposta. 

Il punto fondamentale è che nel 2022, SoftwareOne, così come molte altre small cap hanno subito forti ribassi e sono state penalizzate dagli investitori più delle large cap. L’indice Morningstar Developed market Europe small cap ha perso il 19,2% l’anno scorso contro il -8,3% del corrispondente benchmark delle società a grande capitalizzazione.


L’indice Morningstar Devoloped Market Europe Small Cap ha sottoperformato il Large Cap nell’ultimo anno e mezzo (Grafico di crescita. Base 100 euro)

 


La situazione in Italia

In Italia, c’è stato un certo dinamismo nelle Initial public offering (Ipo) dall’inizio dell’anno con 12 debutti sull’Euronext growth Milan (Egm) per una raccolta di 96,6 miliardi di euro, secondo quanto riportato nell’Osservatorio Pmi Egm di IrTop Consulting (dati al 3 luglio). Ma ci sono state anche uscite dal mercato pubblico per varie ragioni: un delisting, tre Opa (offerta pubblica di acquisto) e una fusione. Ad esempio, il 20 giugno è uscita Finlogic, società di information technology che si era quotata nel 2017, in seguito all’offerta pubblica di acquisto lanciata da Argo, veicolo costituito da Credem private equity Sgr e dal socio di controllo Bf Capital.

Come nel resto d’Europa, anche in Italia le small cap sono state oggetto di forti vendite nel 2022, con l’indice Ftse Italia growth, che traccia l’andamento delle piccole imprese ad alto potenziale di crescita quotate sull’Euronext growth Milan, che ha perso quasi il 19%, contro il 9% del benchmark delle blue chips (Ftse Mib). Nel primo semestre 2023, il divario si è ulteriormente allargato (+23,3% contro -0,9%), dal momento che il rally di Piazza Affari è stato guidato dalle società a larga capitalizzazione. 


Tra insuccessi e tempi più lunghi per la quotazione

Il ritorno nelle braccia del private equity di molte giovani società che hanno tentato senza successo la via dei mercati pubblici va di pari passo con un altro fenomeno, ossia la tendenza delle aziende a rimanere sui mercati privati più a lungo. 

“Vent’anni fa l'età media di collocamento di una società era quattro anni - spiega Christian Munafo, advisor venture capital di Gam Investments - Apple ne è un esempio lampante: si è quotata con un fatturato di circa 150 milioni di dollari circa quattro anni dopo la sua nascita. Nel 2022, l'età media di una società al momento della quotazione era salita a 10-15 anni e la capitalizzazione media di mercato era cresciuta di diverse centinaia di punti percentuali”.

Le ragioni di questa tendenza a rimanere privati più a lungo sono molteplici. Munafo annovera i cambiamenti normativi, che hanno aumentato gli oneri amministrativi e i costi associati alla Borsa. “Spesso, inoltre, le aziende non vogliono essere tenute a pubblicare gli utili su base trimestrale o essere ostaggio della volatilità del mercato pubblico – dice - Attualmente, oltre il 70% delle aziende che generano ricavi pari o superiori a 100 milioni di dollari sono private. In realtà, questo numero è potenzialmente ancora più alto, dato che la maggior parte delle società private non è tenuta a divulgare i propri dati finanziari”.

Una delle conseguenze di questi fenomeni è l’aumento degli unicorni, ossia delle startup non quotate che valgono oltre un miliardo di dollari. Negli ultimi mesi, la loro crescita è stata trainata dall’intelligenza artificiale (IA). Nel ribilanciamento trimestrale del Morningstar PitchBook global unicorn index sono entrate 18 aziende a fine giugno, e le tre più grandi arrivano dai segmenti IA e machine learning: la cinese Zhidao Network, la statunitense CoreWeave e la canadese Cohere.


Le condizioni di mercato rimarranno sfidanti per le Ipo?

Secondo Paolo Aimino, Ipo e capital markets leader di Ey in Italia: “Pur in un contesto mondiale economicamente ancora sfidante per via degli effetti delle tensioni geopolitiche e macroeconomiche, in determinati settori strategici, come quello tecnologico e delle energie rinnovabili, si segnala una ripresa anche se lenta delle attività di Ipo”. In tale contesto, aggiunge Aimino, “il mercato italiano ha mostrato segnali di controtendenza, grazie a tre operazioni rilevanti sul mercato principale che hanno permesso a Euronext Milano di diventare il decimo mercato in termini di raccolta di capitali nel semestre”.

Secondo il rapporto Ey global Ipo trends Q2 2023, “la ripresa dell'attività delle Ipo a livello globale potrebbe iniziare verso la fine del 2023, in caso di un graduale miglioramento delle condizioni economiche e del sentiment del mercato, con l'entrata nella fase finale della politica monetaria restrittiva”.

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È editorial manager di Morningstar e specialista sui temi della sostenibilità. Laureata in Scienze della comunicazione, indirizzo giornalistico all'Università di Torino, è in Morningstar dal 2003. In precedenza, ha lavorato in Bloomberg Investimenti e Bloomberg News. Silano ha 20 anni di esperienza nell'analisi dell’industria finanziaria. Nel 2018 ha vinto il State Street Press Awards.

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