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Azioni e bond diventano token. I vantaggi rispetto alla Borsa | WeWealth

Azioni e bond diventano token. I vantaggi rispetto alla Borsa

Rita Annunziata
17.3.2023
Tempo di lettura: 3'
Via al decreto legge che adegua l’ordinamento nazionale alle norme europee sulla “tokenizzazione” degli asset finanziari. Ecco cosa cambia. E perché conviene (o non conviene) investire

Il decreto legge approvato dal governo introduce disposizioni urgenti in materia di emissione e circolazione di determinati strumenti finanziari sotto forma di token

Turati: “I prodotti finanziari digitalizzati che derivano da smart contract godono di proprietà auto-esecutive. E azzerano le commissioni”

Via libera del Consiglio dei ministri al decreto legge sull’emissione di azioni e obbligazioni “tokenizzate”. Il governo italiano adegua l’ordinamento nazionale alle disposizioni del Regolamento Ue 2022/85 relativo a un regime pilota per le infrastrutture di mercato basate sulla tecnologia a registro distribuito (Dlt pilot regime), spianando la strada alla finanza digitalizzata. Prevista anche una semplificazione della regulatory sandbox, per la sperimentazione delle attività di innovazione tecnologica nei settori bancario, finanziario e assicurativo. We Wealth ha intercettato Paolo Turati, docente e presidente del comitato scientifico presso la Saa-school of management dell’Università di Torino, per analizzare le novità introdotte. E identificare vantaggi (e svantaggi) della tokenizzazione degli asset finanziari.


Il decreto legge prevede innanzitutto l’emissione, circolazione e negoziazione di determinati strumenti finanziari sotto forma di token, quali azioni, obbligazioni, titoli di debito emessi dalle società a responsabilità limitata, altri titoli di debito che possono essere emessi ai sensi della legge italiana, ricevute di deposito relative a obbligazioni e altri titoli di debito, strumenti del mercato monetario regolati dal diritto italiano, e infine azioni o quote di organismi di investimento collettivo del risparmio italiani. Si aprono in questo modo due possibilità, spiega Turati: “Digitalizzare asset finanziari già esistenti in analogico o emettere asset digitali nativi, che nascono come token sulla specifica blockchain in cui sono stati generati”.


Tokenizzazione di asset finanziari: i vantaggi

“Si tratta di un progetto pilota che diventerà presto fattivo, generando un grande fatturato”, continua l’esperto. Con una serie di vantaggi concreti per gli investitori. “Innanzitutto, l’efficienza. I prodotti finanziari digitalizzati che derivano da smart contract godono di proprietà auto-esecutive e di una garanzia di liquidazione: nel momento in cui si ripetono determinate operazioni, in automatico lo smart contract provvede a transazione effettuata (ovvero uno spostamento su un wallet di un asset digitale) al pagamento con la relativa criptovaluta, per esempio”. Un altro aspetto è quello della disintermediazione e, quindi, di una riduzione dei costi per gli utenti. “Poi la trasparenza, perché i ledger digitali sono visibili da parte di tutti gli utenti del sistema e quindi offrono la certezza di un controllo erga omnes; e infine la possibilità di frazionare le proprietà”, racconta Turati. 


Perché investire in un token di un bond o un azione?

“Un bond digitale, diversamente dai soliti frazionamenti di Borsa che per un Btp ammontano a 1.000 euro, può essere infatti frazionato anche in quote più piccole, consentendo per esempio ai giovani di spendere anche solo 100 euro nell’acquisto di un Btp”, spiega Turati. Lo stesso vale per le azioni, considerando il lotto minimo. “Un investitore non può comprare un’azione da 1 euro. In questo modo, invece, può sfruttare l’economia di scala. O comprare mezza azione. I token, infatti, vengono emessi in due tipologie di formule: il sistema Erc-721, che crea un token singolo e non frazionabile, e il sistema Erc-1155, che nella creazione di uno smart contract consente di frazionare esattamente nella misura in cui decide l’emittente, o meglio colui che fa un minting”.


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Un esempio di azioni il cui livello di quotazione è tale per cui un acquisto frazionale della sua tokenizzazione potrebbe risultare utile a renderle accessibili anche a livello popolare, secondo Turati, è quello di Goldman Sachs (quotata a Wall Street); a seconda del momento, una singola azione della banca d’affari statunitense può infatti valere tra i 300 e i 400 dollari. “Il minimo comun denominatore, ad ogni modo, è che non ci sono commissioni da pagare”, interviene Turati. “Essendo operazioni peer to peer, in banca bisognerebbe liquidare le commissioni dell’intermediario. In questo caso invece, nel passaggio diretto tra controparti dirette, le commissioni si azzerano. Per chi fa trading, poi, questo aspetto è particolarmente rilevante”. 


Il futuro (in blockchain) degli intermediari finanziari

Un ultimo aspetto da considerare riguarda infine la possibilità di scambiare strumenti finanziari tokenizzati anche a mercati chiusi. “Il governo ha dichiarato che intende inserire queste operazioni in un regime controllato. Immagino si tratti di un mercato over the counter (o fuori borsa, un mercato caratterizzato dal non avere i requisiti riconosciuti ai mercati regolamentati, ndr) in cui saranno consentiti scambi con orari diversi da quelli di Borsa Italiana. 24 ore al giorno”, prevede l’esperto. “Che poi gli intermediari decidano di entrare anche loro in questo mercato per intermediare il disintermediato, è possibile. Un po’ come quello che sta accadendo per la conservazione delle criptovalute. Molti investitori hanno paura di perderle, di smarrire la chiave privata, di attacchi hacker al proprio wallet, per cui grandi banche come Citibank, Morgan Stanley ma anche Banca Generali si propongono di custodirle al loro posto”. Tra gli svantaggi della tokenizzazione degli asset finanziari, secondo Turati, ci sono infatti proprio quelli relativi alla conservazione, alla custodia, e alla difesa da possibili assalti-hacker. “L’altro problema è l’interoperabilità dei sistemi, che potrebbe non essere totalmente efficiente in una prima fase. E infine la governance: ogni blockchain è governata dalla maggioranza, quindi se una maggioranza del 51% di malevoli nodi certifica qualcosa di falso, ovviamente la blockchain diventa a sua volta falsa e i suoi contenuti non veritieri”.

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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