Viaggio a Londra nel design surrealista

Sandra Romito
30.11.2022
Tempo di lettura: 3'
Un automatismo psichico. Una visione sarcastica e irriverente di un mondo martoriato da guerre ed epidemie. È il Surrealismo, pervasivo della quotidianità più di quanto non si pensi. La mostra Objets of Desire: Surrealism and Design 1924 al Design Museum di Londra ne racconta in modo travolgente note e percezioni, da Man Ray e Dalì a Mollino, senza dimenticare la moda di Elsa Schiaparelli

Holland Park è bellissimo: i londinesi lo amano molto ed è sicuramente una delle gemme verdi della città. Nel 2016 si è spostato sul suo lato verso Kensington il Design Museum: ci si va non molto spesso, forse perchè un po’ spostato dalle altre istituzioni, ma ogni volta si trovano sorprese e si passano dei buoni momenti. Aperta fino al 19 febbraio, la mostra Objets of Desire: Surrealism and Design 1924 – Today merita assolutamente una visita. 


Nel suo Manifeste du surréalisme del 1924, il poeta André Breton definisce il Surrealismo come puro automatismo psichico, invocando il superamento dell’essere conscio e il raggiungimento del proprio subconscio, in modo tale da vedere una realtà maggiore, assoluta, la surrealtà. Il Surrealismo, parola inventata poco tempo prima da Guillaume Apollinaire, diventa un movimento artistico che velocemente penetra assolutamente tutto, con un impatto forte e duraturo. Chi di noi non usa la parola surreale, e quotidianamente? Il movimento trova le sue radici tanto nel Dadaismo quanto nell’osservazione di un mondo sconvolto dalla Prima Guerra Mondiale e le epidemie (coincidenza?), e spinge verso l’irriverente, l’assurdo, l’inaspettato, con più o meno ironia, talvolta con ferocia, sfidando la normalità noiosa della vita borghese. La mostra di Londra dimostra come tutto questo superi i confini dell’arte tradizionale – pittura e scultura, per capirsi – penetrando le case e la vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone, allora come adesso. 


Da Dada a Dalì 



Man Ray, Cadeau, replica del 1965 (originale perduto) 


L’esposizione si apre con il Cadeau di Man Ray del 1921, opera iconica del movimento Dada, creata dal celebre artista con estrema spontaneità e il cui significato rimane ancora oscuro, se c’è? Un ferro da stiro che invece di prendersi cura dei vestiti li strappa? 



Salvador Dalì e Edward James, Cat’s Cradle Hands, 1936,
West Dean College of Arts and Conservation, Chichester 


Si entra subito nello spirito dunque e, se in dubbio, proprio di fronte è collocata la sedia Cat’s Cradle Hands, concepita da Salvador Dalì e Edward James nel 1936. Una collaborazione straordinaria quella dell’artista spagnolo e del poeta inglese, quest’ultimo grande sostenitore dei surrealisti. Non mi era così chiaro che il Surrealismo fosse un fenomeno anche molto britannico, e vedere le foto della casa di James – Monkton Park in Sussex - e alcuni degli arredi frutto del loro spirito è davvero un’esperienza straordinaria. Credo che quando la Fondazione Edward James mise la casa in vendita a metà degli anni Ottanta del secolo scorso, il mancato acquisto da parte dello stato sia ancora una spina nel fianco. 



Interno di Monkton Park, casa di Edward James 



Salvador Dalì e Edward James, Lobster Telephone, Champagne Lamp, Mae West
Lips Sofa, i primi due: West Dean College of Arts and Conservation,
Chichester – l’ultimo: Brighton and Hove Museums
 


Un frammento di moquette ideata dallo stesso James e che riproduce le impronte di sua moglie, la ballerina Tilly Losch, dà l’idea del totale surrealismo della casa



Frammento di moquette da Monkton Park,
West Dean College of Arts and Conservation, Chichester 


Solo all’inizio della mostra e già mi sento soddisfatta di quanto ho davanti. I dipinti surrealisti, che ci sono, diventano per me secondari, tranne un piccolo disegno, una delizia, che ci ricorda come un altro fondamento del Surrealismo sia stato Freud e i suoi scritti sul subconscio. Lo psicoanalista stesso, non senza ironia ma anche con ammirazione verso Dalí, nota nel suo diario come i surrealisti lo consideravano il loro santo patrono... 



Salvador Dalì, Ritratto di Sigmund Freud, Freud Museum, Londra 


Ready-made, ossessioni e gigantismi 

La mostra procede ricchissima, perché vasto ed immediato è l’impatto del movimento in architettura e design. Opere di Le Courbusier si affiancano a interni di Carlo Mollino e a oggetti di uso quotidiano ideati da Isamo Noguchi. La poetica surrealista sembra non avere confini spaziali o temporali. Opere di designer moderni si alternano a quelle più antiche, dimostrando la persistenza di molte tematiche, una di queste quella del ready-made. L’opera concettuale di Duchamp – lo Scola-bottiglie del 1914 – diventa la poltrona dei fratelli Campana o il Faretto a ventosa di Achille e Pier Giacomo Castiglioni



Fernando & Humberto Campana, Cartoon Chair, c. 2007, Design Museum, Londra;
Achille Castiglioni e Pier Giacomo Castiglioni, Faretto a Ventosa, edizione 2018
da originale del 1962, Fondazione Achille Castiglioni, Milano 


I piatti di Fornasetti, invece, ci portano in un viaggio nel mondo dell’immaginazione, con l’ossessiva variazione sul tema del viso di Lina Cavalieri, una cantante d’opera dell’Ottocento. 



Piero Fornasetti, Tema e Variazioni, dopo il 1950, 2019, Archivio Fornasetti 


Gaetano Pesce spinge tutte queste idee: dal ready-made passando dalla pop art, arriva quasi a togliere il significato alla forma, e il suo piede gigantesco non è più piede



Gaetano Pesce, Il Piede, c. 1970, collezione Volker Albus 


Il corpo

L’attenzione che i surrealisti hanno avuto per il corpo, l’amore, la sessualità, l’erotismo, il desiderio emerge forte tra le sale: dal divano con le labbra di Dalí a quello di Pesce fino alla violenza di Hans Bellmer, passando dalla straordinaria Meret Oppenheim. Scavando e liberando l’inconscio si possono raggiungere in arte e design risultati inaspettati. 



 Gaetano Pesce, La Mamma, c. 1968 


La Mamma ricorda la figura di antiche divinità della fertilità e si accompagna ad un poggiapiedi legato alla poltrona quasi come la palla di un prigioniero. La donna, ci dice Pesce, è prigioniera dei pregiudizi dell’uomo: il Surrealismo diviene anche critica sociale. 



Meret Oppenheim, Festin Cannibal, performance rifatta all’Exposition
inteRnatiOnale du Surréalisme (EROS), 1954, Parigi 


La moda 

La moda ha sempre guardato l’arte, ma mai come prima c’è stata una sinergia cosí forte. I surrealisti stessi disegnano per case di moda, prima fra tutti Elsa Schiapparelli, amica e committente fra gli altri di Dalí, Coucteau, Oppenheim. Negli abiti certamente, ma ancor più nel gioiello traspare questa fame per l’inaspettato, per l’assurdo. 



Jean Coucteau, Spilla con occhio e lacrima, per Elsa Schiapparelli, 1937,
edizione del 1952, Design Museum Den Bosch, Olanda 


Il gioiello forse più iconico, anche se magari non il più famoso, è opera della Oppenheim. Si tratta dell’anello Sugar cube ring, dove zolletta di zucchero diventa gemma. 



Meret Oppenheim, Sugar cube ring, 1936-7, edizione del 2003, Design Museum Den Bosch, Olanda 


A dimostrazione della forte eredità dell’estetica portata avanti dalle collaborazioni dei surrealisti con la moda, viene esposto un abito recente di Iris van Herpen, che con sapienza mescola arte, scienza e la moda stessa per creare corpi in un eterno e onirico movimento. 



Iris van Herpen, Look 4 Sensory Seas, Haute Couture 2020 


Questi piccoli racconti difficilmente rendono l’idea di una mostra molto vasta, certamente non esaustiva ma che con sapienza e bellissimi prestiti riesce a comunicare come il surrealismo appartenga a tutti noi, ieri come oggi.




In copertina: Salvador Dalí e Edward James, Lobster Telephone, 1938, West Dean College of Arts and Conservation, Chichester

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Con l’idea che non avrebbe guardato a nulla dopo Giotto, Sandra è stata una convintissima e feroce medievista nei suoi vent’anni: ora guarda tutto e le piace tutto, dal manoscritto miniato al gioiello d’artista. Ha lavorato per più di venti anni nel dipartimento di dipinti antichi alla Christie’s di Londra, dove ancora collabora quotidianamente come consulente, accompagnando i dipinti da collezione a collezione, con la stessa emozione del primo giorno. Un debole ovviamente rimane per la pittura italiana, soprattutto di alta epoca.

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