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British Museum: ecco i paesi che rivogliono indietro la loro arte | WeWealth

British Museum: ecco i paesi che rivogliono indietro la loro arte

Cristina Riboni
Cristina Riboni
14.9.2023
Tempo di lettura: 3'
Il British Museum è sempre più bersagliato e criticato per la sua politica “anti-restituzione”. Non solo Grecia, ma anche Etiopia, Ghana, India e Cina chiedono a gran voce il rientro in patria dei propri beni storici

Come raccontato nell’articolo di agosto, il British Museum è sempre più bersagliato e criticato per la sua politica “anti-restituzione”. Gran parte della vasta collezione di oggetti del museo britannico – che conterebbe nel complesso circa 8 milioni di pezzi – proviene da paesi terzi rispetto al Regno Unito e sarebbe stata acquisita anche attraverso canali impropri e mezzi illeciti. Molti stati hanno avanzato negli anni richieste di restituzione di beni di loro proprietà, illecitamente asportati dagli inglesi durante il dominio coloniale e spediti nel Regno Unito, per divenire poi parte della collezione del British Museum.

Non solo Grecia, dal Ghana alla Cina si leva un'unica voce: restituzione

Tra i casi più noti, oltre alla celebre controversia che vede opposti da anni Grecia e Regno Unito per l’esposizione dei fregi del Partenone, si rammentano la richiesta di restituzione da parte dell’Etiopia della collezione Maqdala, sequestrata dagli inglesi nel 1868 e composta da armi, gioielli e manufatti religiosi; la richiesta avanzata dall’India per riottenere l’Amaravati Stupa, un enorme fregio asportato e spedito nel Regno Unito a partire dal 1879; da ultimo, a maggio 2023, il Re del Ghana ha chiesto la restituzione di diversi gioielli, dall’alta sacralità per la comunità africana, saccheggiati - a suo dire - dall’esercito inglese nel 1874, dal Palazzo Asante. Recentemente anche la Cina si è aggiunta al novero degli Stati che accusano il British Museum di custodire beni di proprietà di altre nazioni, pubblicando sul quotidiano statale Global Times una formale richiesta di restituzione per circa 23.000 oggetti attualmente parte della collezione anglossassone, tra i quali spiccano dei bronzi rituali delle dinastie Shang e Zhou. 

Il British Museum fra petizioni di restituzione e furti

Queste petizioni di restituzione (insieme alle critiche che sempre le accompagnano) hanno raggiunto il loro culmine o hanno avuto nuova enfasi sull’onda della recente rivelazione secondo la quale un dipendente del British Museum avrebbe sottratto quasi 2.000 oggetti non catalogati dalla collezione del museo, inclusi diversi gioielli d’oro e pietre semipreziose, per rivenderli attraverso eBay. A seguito dello scandalo scaturito da questa notizia, il direttore del museo, Hartwig Fischer, ha rassegnato le proprie dimissioni. Alle dimissioni sono seguite molte pressioni internazionali, ma il British Museum ha rigettato ogni richiesta, insistendo nel sostenere, innanzitutto, di possedere un elevato sistema di sicurezza e di protezione della propria collezione - migliore rispetto a quelli di molte altre istituzioni, meno attrezzate per salvaguardare beni artistici, e, in particolare, manufatti storici. 

La ferita dei furti passati inosservati

Tuttavia i furti sistematici compiuti da un dipendente e passati a lungo inosservati contrastano nettamente con tale ricostruzione dei fatti, dando, a contrario, ulteriori argomenti a Stati come Grecia e Nigeria per proseguire le proprie battaglie e, allo stesso tempo, mettendo in discussione anche la credibilità dell’organizzazione museale stessa, come non ha mancato di sottolineare il noto periodico greco To Vima. In secondo luogo, il British Museum ha sempre rifiutato la restituzione di oggetti facenti parte della propria collezione, invocando il dettato del British Museum Act, il quale vieta all’istituzione - pressoché in quasi tutte le circostanze - di cedere beni parte della propria collezione. Tale normativa, per bocca del premier britannico Rishi Sunak, “non è in procinto di essere modificata”. 

Ma persino un deputato britannico ha recentemente commentato che nemmeno il British Museum Act può essere addotto come pretesto per non adempiere a precisi obblighi morali, nonché a doveri di responsabilità internazionale. Infine, l’editoriale del cinese Global Times che ha paragonato il British Museum ad un microcosmo della storia dell’espansione coloniale britannica, senza che ciò possa però cancellare la vera proprietà culturale dei beni della sua collezione, è rapidamente diventato virale sulla piattaforma Weibo grazie all’hashtag cinese che, tradotto, significa “British Museum per favore restituisci le antichità cinesi”, raggiungendo il mezzo miliardo di visualizzazioni. Mezzo miliardo di visualizzazioni e una polemica sempre più incalzante potranno far smuovere il British?!

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Cristina Riboni è entrata a far parte dello Studio Legale CBM & Partners nel 2008. Dal gennaio 2020 è partner dello Studio.
Sin dai tempi della pratica professionale segue il settore del contenzioso civile, nell’ambito del quale si è
specializzata nelle controversie inerenti il mercato dell’arte, il diritto d’autore e la proprietà intellettuale.
Affianca all’attività svolta in sede contenziosa l’attività stragiudiziale, assistendo collezionisti privati,
gallerie, case d’asta ed operatori del settore dell’arte, per conto dei quali cura, in particolare, la predisposizione della relativa contrattualistica.

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