Out of place: quell’ironico “sbaglio” che diventa arte (ma in fabbrica)

Rita Annunziata
14.10.2022
Tempo di lettura: 3'
In mostra al WEM, nuovo polo espositivo nato all’interno di una fabbrica metalmeccanica, Out of place di Daniele Sigalot inneggia agli errori con leggerezza ironica. Mescolando scultura, neon e fotografia

Out of place racconta due storie: quella di Daniele Sigalot, artista romano dal pensiero trasversale, e quella di Marco Bracaglia, fondatore e direttore della WEM Gallery nata all’interno di una fabbrica metalmeccanica

Amante dei paradossi, Sigalot trasforma l’errore nel fil rouge dei suoi lavori. Come il grande white cube di 250 metri quadrati, monumentale sfera in alluminio esposta lo scorso febbraio presso La Galleria Nazionale di Roma

Una stanza chiusa. Sulla porta un cartello che cita “Writer’s block”, il blocco dello scrittore. Dall’esterno si iniziano a udire appena alcune note di jazz. “Vi lasceremo entrare per 60 secondi”, ci avvertono. “Suggeriamo di lasciarsi trascinare. Avremo tutto il tempo, dopo, per le domande”. Un tripudio di colori ci accoglie una volta all’interno. Sul pavimento una serie di fogli in metallo accartocciati. L’artista, seduto con una scultura sul capo che simboleggia il peso di tutte le idee sbagliate, tamburella con una penna sulla scrivania. Emerge con forza da ogni elemento (compresa la tazza al suo fianco con scritto “pressure, pressure, pressure”) quella “leggerezza ironica” di cui parla la curatrice Sonia Belfiore nel testo critico che accompagna la mostra Out of place di Daniele Sigalot. E che connota tutti i lavori di un artista di indole nomade che, passando Milano a Barcellona, da Berlino a Napoli, trova ora la sua dimensione in WEM, un nuovo spazio espositivo di oltre 1.000 mq situato a Ornavasso, sul Lago maggiore.


Out of place racconta infatti due storie: quella dell’artista romano dal pensiero trasversale e quella di Marco Bracaglia, fondatore e direttore della WEM Gallery nata all’interno di una fabbrica metalmeccanica. L’incontro tra i due avviene nel 2016, ad Artefiera. Poi, la produzione presso la fabbrica piemontese della prima scultura destinata a una mostra alla Reggia di Caserta. Fino a quando, col tempo, all’interno della grande struttura industriale inizia a nascere un’intera ala dedicata alla produzione di opere d’arte. “Gli uffici dell’azienda si sono inizialmente riempiti di opere”, ricorda Sigalot. “Poi sono scomparsi e hanno lasciato spazio a un vero e proprio spazio espositivo. Spazi, insomma, che sono stati sottratti alla metalmeccanica per diventare arte”. Un’arte che, a sua volta, diventa virus. “Un virus meraviglioso che prende piede in un posto che rappresenta il suo opposto: un posto abilitato a produrre oggetti seriali che non hanno ambizioni estetiche o concettuali ma che hanno un senso funzionale, si ritrova a produrre ed esporre oggetti che non hanno alcuna funzione ma che ambiscono al pensiero e alla bellezza. È lo stesso corpo che da un lato ha le mani nel grasso e dall’altro guarda alle stelle”, evoca l’artista.



Daniele Sigalot, Writer's block, 2022


Amante dei paradossi, Sigalot trasforma l’errore nel fil rouge dei suoi lavori. Come il grande white cube di 250 metri quadrati, una monumentale sfera in alluminio esposta lo scorso febbraio presso La Galleria Nazionale di Roma e che ora trova spazio al WEM: 720 kg di metallo accartocciato che rappresentano tutte le idee sbagliate prodotte dall’artista nel corso della sua carriera. “I lavori di Sigalot sono connotati da una leggerezza ironica, capaci di dare vita ad atmosfere oniriche e impossibili”, scrive Belfiore. “Attraverso le sue opere si serve e mescola immagini e scenari ripresi dal quotidiano, sconvolgendo cliché e riferimenti pop sino a conferire un nuovo significato. Con un approccio giocoso e acuto alla vita, i lavori in mostra strappano un sorriso scoprendo un universo di emozioni e opposizioni. È il paradosso, infatti, a incalzare la fruizione della mostra: uno strumento e uno stimolo di riflessione che l’artista adopera per rivelare le debolezze della capacità di discernimento e i limiti del ragionamento”.


Quelle di Sigalot, continua Belfiore, non sono “mere provocazioni ma riflessioni profonde, volte a creare un rapporto con lo spettatore e a stabilire un nesso tra arte e vita. Rappresentative della sperimentazione e della relazione dell’artista con diversi media, le opere in mostra spaziano dalla scultura all’installazione, dal neon alla fotografia creando un ambiente con pause e accelerazioni, intimità e condivisione”. Fino alla performance, con “Writer’s block”. Il percorso espositivo trova conclusione nell’ex magazzino della fabbrica con 12 mappe incise sull’acciaio lucido protagoniste dell’istallazione “A portrait of everyone, everywhere” esposta lo scorso anno all’aeroporto di Malpensa. “Anche io sono affascinato dai contrasti come Daniele”, interviene Bracaglia. “Trovo interessante che da una fabbrica tuttora in attività, che oggi compie 70 anni e che appartiene alla old economy, possa nascere un’impresa innovativa”.



Il fondatore di WEM Marco Bracaglia e l'artista Daniele Sigalot, 2022 - Courtesy WEM Gallery


Bracaglia, imprenditore e azionista della fabbrica MEW - Magistris & Wetzel dal 2011, ha iniziato ad accogliere l’arte a partire dal 2017. Invitando alcuni artisti a utilizzarne il know how tecnico-produttivo. Fino ad arrivare alla nascita di WEM nel 2021, una galleria d’arte 3.0 che punta alla promozione dell’arte contemporanea con un approccio innovativo che ne sovverte le dinamiche di mercato. “Abbiamo cercato di costruire un modello che rompesse quei tabù che bloccano i non collezionisti rispetto ai collezionisti dal comprare arte. Il 70% dei nostri collezionisti, infatti, era un non collezionista. Con noi l’acquirente sceglie l’opera, la riceve a casa e divide il prezzo per 120 (che sono i mesi che stanno in 10 anni). Per esempio, un’opera da 12mila euro la paga 100 euro al mese per 120 mesi e ha la polizza assicurativa compresa nel prezzo”, spiega Bracaglia. “Il giorno in cui decide che non rappresenta più un investimento economico, sociale o di piacere, può riconsegnarci l’opera e non pagare alcuna penale. Naturalmente, resta valida la possibilità di acquistarla e pagarla per intero al momento dell’acquisto”. Quanto al valore di mercato delle singole opere, dipende da dimensione, formati e cicli. “Il lavoro più costoso attualmente in vendita è Master of mistakes, che ha un valore di 300mila euro. Il meno costoso, Un singolo errore, vale 960 euro”, interviene ancora Bracaglia. “Nel breve periodo il nostro obiettivo non è il lucro, ma far sì che questo progetto vada avanti il più possibile. C’è una volontà concreta di generare un impatto sociale”.

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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