Coca-Cola, Nestlé & co: 7 colossi sotto la lente dei diritti umani

Rita Annunziata
17.10.2023
Tempo di lettura: 3'
Candriam ha analizzato sette colossi dei beni di consumo, valutandone la dipendenza dei ricavi da determinate materie prime e la conseguente esposizione a potenziali violazioni dei diritti umani. Ecco i risultati

Dal 6% al 10% dei ricavi di Nestlé dipendono dal cacao e da fornitori della Costa d’Avorio (43%) e dell’Ecuador (36%). Ciò dimostra che il rischio di manodopera infantile è altamente rilevante per la società

Candriam: “Gli investitori devono richiedere sempre più informazioni e trasparenza sulle politiche e sui risultati in materia di diritti umani, non solo nelle società partecipate ma in tutta la loro catena di fornitura”

Lo sfilacciamento delle catene di approvvigionamento cui abbiamo assistito negli ultimi anni, complici le perturbazioni economiche innescate dalla crisi pandemica, ha acceso un faro sui rischi per i diritti umani. Spingendo anche una crescente comunità di investitori ad andare a caccia di dati in materia tra le società partecipate. Ma con scarsi risultati, specie in riferimento ai fornitori esterni. Guardando nello specifico al settore alimentare e delle bevande, su 97 aziende analizzate dall’Alliance for corporate transparency solo il 3,2% rende pubblici i propri elenchi di fornitori appartenenti a catene di fornitura ad alto rischio; e il 68,4% non fornisce nemmeno informazioni sulla struttura e i rischi dei propri fornitori. Un gap che fa riflettere, se si considera che l’organizzazione no-profit Corporate human rights benchmark registra 174 denunce di violazioni dei diritti umani su 127 aziende alimentari.


Nel tentativo di aiutare gli investitori a definire le proprie metodologie di analisi dei rischi relativi ai diritti umani, Candriam ha condotto uno studio su sette colossi dell’industria dei beni di consumo (Procter & Gamble, Nestlé, The Coca-Cola Company, PepsiCo, Plc Unilever, Reckitt e Danone) valutandone la dipendenza dei ricavi da determinate materie prime e la conseguente esposizione a potenziali violazioni dei diritti umani. Utilizzando i dati di Cdp Forest e i documenti aziendali accessibili al pubblico, la società di gestione ha analizzato la filiera del caffè, con un focus su Nestlé. Quello che è emerso è che tra il 21% e il 30% dei ricavi della multinazionale dipendevano da questo prodotto nel 2021. “L’azienda ha visibilità sui suoi fornitori di caffè di livello 1 e 2 e divulga pubblicamente queste informazioni, cosa che consideriamo una buona pratica”, scrivono gli autori del rapporto, Sairindri Christisabrina e Vincent Compiègne. 


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Risulta evidente però come l’esposizione dei fornitori di caffè di Nestlé sia concentrata in Vietnam, Brasile e Colombia; il che fornisce un’idea sulla sua esposizione a rischi settoriali, come il lavoro minorile nell’agricoltura o il lavoro forzato nel settore manifatturiero. Quanto alle altre società analizzate, si nota come anche una quota tra il 6 e il 10% dei ricavi di Coca-Cola dipendano dal caffè, mentre PepsiCo non ha divulgato informazioni a riguardo. “Questo tipo di analisi ci permette di identificare e contrassegnare le aziende che non riportano a Cdp”, dicono infatti Christisabrina e Compiègne. “Nella nostra analisi, la minore visibilità sulla catena di fornitura di PepsiCo suggerisce un’area di miglioramento”.


 

Sempre utilizzando i dati aziendali e di Cdp Forest, la società di gestione patrimoniale ha stimato che dal 6% al 10% dei ricavi di Nestlé dipendono dal cacao e da fornitori della Costa d’Avorio (43%) e dell’Ecuador (36%). “Ciò dimostra che il rischio di manodopera infantile è altamente rilevante per Nestlé a causa delle condizioni sia in Costa d’Avorio che in Ecuador, il che aiuta gli investitori ad anticipare e segnalare internamente i due paesi come un possibile rischio da monitorare”, spiegano i due esperti. 


Considerando poi che P&G, Nestlé e Unilever sono tutte fortemente dipendenti dall’olio di palma, i ricercatori si sono focalizzati sui rischi di deforestazione nelle piantagioni di palma da olio, sui conflitti fondiari che potrebbero coinvolgere le comunità indigene e sul rischio paese. L’analisi si è scontrata però con una scarsa divulgazione delle tre società sui fornitori di livello 2 e oltre. Delle sette aziende analizzate, solo Reckitt rivela i fornitori di olio di palma dal livello 1 al livello 3, ma solo una quota tra l’1% e il 3% dei suoi ricavi dipende da questa merce. “Vale la pena riconoscere che Unilever e Nestlé rivelano un elenco di fornitori che sono sospesi o con i quali non lavorano più”, sottolineano tuttavia gli autori. Una buona pratica, secondo Candriam, perché non solo in grado di dimostrare la posizione delle aziende circa i fornitori ma anche di favorire la trasparenza della supply chain.


“Ci aspettiamo che l’attenzione degli investitori sui rischi legati ai diritti umani continui a crescere, non solo a livello aziendale ma attraverso l’intera catena del valore”, auspicano Christisabrina e Compiègne. “Gli investitori devono richiedere sempre più informazioni e trasparenza sulle politiche e sui risultati in materia di diritti umani, non solo nelle società partecipate ma in tutta la loro catena di fornitura”, aggiungono. Evidenziando come una comprensione insufficiente dei rischi di un’azienda in materia dei diritti umani può esporre la società partecipata a violazioni legali o sanzioni oltre che a mettere a rischio la sua reputazione (e quella di chi investe).

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.
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